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Van Gogh, Expo2015 e la vita agreste al tempo del grande pittore olandese

“Van Gogh, l’uomo e la terra” nella città di “Expo2015”. La mostra del grande pittore fiammingo, in cartellone dal 18 ottobre scorso a Palazzo Reale di Milano, è stata prorogata fino a domenica 15 marzo. L’esposizione, curata da Kathleen Adler, presenta una lettura del tutto originale dell’artista che focalizza tematiche di una realtà rurale e agreste del suo tempo, ma che sono proprie dell’Esposizione Universale milanese ormai prossima al via.

Ecco le impressioni che una giovane visitatrice, Giulia Maria Basile, ha scritto per “TerraNostra”.

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di Giulia Maria Basile

(basile.giuliamaria@gmail.com)

 

Uliveto.con.due.raccoglitori.di.olive.(1889)Su Van Gogh si è scritto e si continua a scrivere tanto, ed esperti competenti e appassionati hanno dato e daranno voce a considerazioni e letture critiche sulle opere e sulle scelte del percorso di questa mostra curata da Kathleen Adler a Palazzo Reale di Milano. Una mostra che mette in luce il rapporto “uomo-terra”, secondo Van Gogh, che ha riscosso uno straordinario successo. E quindi, con la chiusura prorogata di un’altra settimana.

Qui, noi, possiamo e vogliamo dare un parere da visitatori stimolati dal tema-guida che accompagna l’esposizione e la nostra più stretta attualità: il rapporto atavico che si intreccia tra l’uomo e la natura, i campi, il duro lavoro contadino, i frutti che questo dà, e il legame che a sua volta si genera tra dipendenza e opportunità in questo movimento ciclico di scambio con la terra.

A ridosso dell’inaugurazione di Expo 2015, il tema “Nutrire il Pianeta. Energia per la Vita” non poteva essere meglio rappresentato dal mondo dell’arte che da un pittore per formazione – autodidatta, lo ricordiamo – legato all’ambiente rurale e a un mondo contadino vessato dalla fatica, ma portato dall’immaginario dell’artista anche a un’idealizzazione che vede in questa dura vita l’unica possibilità per trovare un’umanità altrimenti perduta e, tematica non meno centrale, un parziale controllo dell’uomo sulla natura stessa.

I.mangiatori.di.patate.(1885)La quotidianità delle persone a stretto contatto con la terra, l’indigenza e la fatica delle condizioni del loro lavoro ma anche l’onestà e la simbologia che ai suoi occhi aveva, ha sempre affascinato Van Gogh, tanto che le prime opere che vengono esposte lungo la mostra sono proprio raffigurazioni dal vivo o riproduzioni di queste figure, schizzi informali rappresentanti appunto contadini, donne e uomini con i tipici zoccoli ai piedi, intenti nel raccogliere fieno o seminare i campi, zappare e arare la terra, ma anche nel ritornare a casa o mangiare ciò che hanno colto con le loro stesse mani.

L’umiltà, lo sforzo e l’impegno, lo sconforto e la profonda stanchezza che traspare dalle espressioni colte dall’artista, nei lineamenti del viso o in ciò che comunicano i loro sguardi, toccano profondamente specie chi a questa vita non è abituato; inoltre, è stimolante considerare come l’idealizzazione sia tutta mentale: quello che possiamo vedere in questi primi disegni, per lo più preparatori all’opera I mangiatori di patate (1885) (foto sopra) di cui la mostra espone la litografia, dipende da noi: in essi non si trova alcuna leggerezza e facilità esistenziale, né gioia e serenità. Eppure proprio nella complessità di significati che deriva dal lavoro manuale dei suoi soggetti, Van Gogh vedeva l’autenticità e l’essenza dell’umana condizione universale.

Natura.morta.con.cappello.di.paglia.(1881)Proseguendo, si può notare quanto nelle nature morte spesso compaia comunque l’elemento umano. Per esempio, attraverso la presenza anche di lettere, libri o del suo cappello – un esempio su tutti può essere appunto Natura morta con cappello di paglia (1881) (foto accanto), mentre un più intimo contatto con la natura è raggiunto nella rappresentazione di un altro protagonista di questo percorso, ossia il sottobosco, reso nei suoi vari colori del terreno e delle ombre degli alberi, nel vigore del contrasto tra luce e oscurità profonde che lo caratterizzano.

Espressione dell’unione degli elementi naturali con l’intervento dell’uomo è lo splendido Uliveto con due raccoglitori di olive (1889) (foto in apertura), mentre nei quadri non di figura ma paesaggistici si esplica soprattutto il tema della ciclicità della natura e delle stagioni: qui Van Gogh lascia esprimere direttamente i campi di grano e il mutare del cielo, le diverse intensità di luce con il passare del giorno o della notte, sempre di più sperimentando la propria tecnica con colori forti e vivaci, in un gioco di apparente netto contrasto con la tragicità a cui l’artista stava man mano soccombendo sul finire della propria vita. Meravigliosa chiusura della mostra è, appunto, il Paesaggio con covoni e luna che sorge (1889), uno tra i suoi più riusciti omaggi alla campagna.

Paesaggio.con.covoni.e.luna.che.sorge.(1889)Infine, sorprendente è scoprire che Van Gogh abbia lasciato anche circa 900 lettere in cui si racconta e confronta, e la sezione dedicata a esse da questa mostra permette di illuminare un aspetto dell’artista che non ha nulla in meno rispetto alla sua opera pittorica. Altrettanto esplicativo della sua natura tormentata ma vasta, esso ci rivela ancora una volta quanto egli fosse capace di stupore e conoscenza, riflessione e consapevolezza, sensibilità e passionalità profonde, che arricchiscono ulteriormente lo studio sulla sua figura.

E se lettura e letteratura hanno avuto importanza per Van Gogh sin dall’infanzia – non a caso il suo vastissimo epistolario è intriso non solo di preziose citazioni, ma anche di convinzioni personali come: “Leggere libri è come guardare quadri” – non sembra azzardato prendere in prestito da Calvino la considerazione che “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire” per descrivere l’opera di questo straordinario pittore, che a 125 anni dalla morte ancora non smette di farci riflettere.

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