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Vini e dintorni, la ricerca sui “vitigni resistenti” una risposta al cambiamento climatico

(ndb) Un mese di maggio così umido come quello appena trascorso non si ricorda a memoria d’uomo. Inevitabili i riferimenti al cambiamento climatico, all’inquinamento ambientale, allo sfruttamento delle risorse, alla sostenibilità e salvaguardia del territorio …
Temi importanti e di grande attualità che coinvolgono chiunque in ogni angolo di terra. Come coinvolgenti e reali sono le conseguenze che un meteo impazzito, certo inusuale per frequenza e intensità delle intemperie hanno finito per mettere nell’angolo ampi settori della filiera agronomica. Proprio quando per molti prodotti la stagione offre il meglio di sé.
Disastri per tutti, per coloro che producono e per quanti consumano. Sicché viene da chiedersi se il fenomeno lo si può prevenire o quantomeno contenere. Ecco il punto a cui la ricerca scientifica applicata al settore primario cerca da sempre di dare risposte, indipendentemente dalle cause scatenanti tali disastri.
Uno delle questioni a cui le imprese agricole guardano con un misto di interesse e curiosità è quella che gli americani definiscono precision farming, ovvero l’agricoltura di precisione che dà spazio all’innovazione tecnologica ritenuta valido strumento per fronteggiare, anche e non solo, i mutamenti climatici in atto. Tema che trova largo spazio in molti paesi esteri e a cui l’Italia finora ha mostrato un timido interessamento.
Sovente però le questioni sul tappeto riguardano lo sviluppo fenologico della pianta e le dirette reazioni di questa a quanto la natura propone e dispone. Per cui a fronte di una stagionalità particolarmente umida, diventa essenziale padroneggiare la presenza di attacchi fungini che, altrimenti, comprometterebbero lo stato di salute della pianta stessa.
A questo proposito una delle sperimentazioni più intriganti tra quelle su cui si sta lavorando in campo agricolo riguarda i cosiddetti “vitigni resistenti”, laddove l’aggettivo è riferito alla capacità della vite di reagire agli attacchi fungini del tipo Peronospora, Oidio, Botrite, mal dell’Esca che i viticoltori vedono come il sangue negli occhi.
zaia-lucaSe ne sta occupando da anni con una sperimentazione ad hoc l’Agenzia Veneto Agricoltura, braccio operativo per l’innovazione nel settore primario della Regione Veneto. Un interesse che trova la sua ragione d’essere nel notevole peso che la regione presieduta da Luca Zaia (nella foto) ha nel sistema vitivinicolo nazionale, grazie ai quasi 100mila ettari di vigneti a disposizione che, nel 2018, hanno prodotto 16,5 milioni di quintali di uva e un monte vino pari a 12,8 milioni di ettolitri, di cui una buona metà Prosecco Docg e Doc. E con l’export in crescita a 2,6 miliardi di euro, che da solo incide per più un terzo sul totale vino esportato dalla Penisola.
Ebbene, di sperimentazione in viticoltura si parlerà nell’incontro aperto che Veneto Agricoltura ha promosso in occasione del Trittico Vitivinicolo in calendario giovedì 13 giugno a Conegliano. “TerraNostra” ha qui il piacere di anticipare uno stralcio della ricerca dedicata ai “vitigni resistenti”.
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di Emanuele Serafin e Stefano Soligo (Veneto Agricoltura)
La viticoltura che conosciamo e che tanto appassiona riguarda solamente le viti appartenenti alle specie europee, ma il genere Vitis comprende altre specie suddivise in americane e asiatiche.
Si ritiene che Vitis vinifera sia stata “addomesticata” nell’attuale zona del Caucaso, tra il mar Nero e Mar Caspio, circa 7mila anni fa e si è diffusa lungo le vie commerciali del Mediterraneo, arricchendosi dei geni di Vitis Sylvestris che incontrava, selvatica, in Europa, per arrivare quindi nel “nuovo mondo”.
Sino al 1800 non si segnalano particolari problemi sanitari per la vite in Europa ma, dalla metà del secolo XIX° fanno la loro comparsa in Europa le principali malattie funginee (Oidio e Peronospora) che affliggono la viticoltura moderna e i deperimenti delle piante ad opera della Fillossera, insetto importato con i commerci dalle Americhe.
La risposta scientifica fu quella di effettuare, su un fronte, l’innesto di Vitis vinifera su portainnesto di Vite Americane che permisero di superare i problemi di Fillossera e, su un altro fronte, lo sviluppo dell’uso dello zolfo e del rame per la difesa dai funghi patogeni. Immettendo poi in commercio altre molecole di sintesi più specifiche e più efficaci.
La viticoltura ha quindi resistito all’avvento di questi temibili patogeni, dovendo però aumentare l’impatto ambientale e i costi crescenti derivati dalla lotta fitosanitaria, nonché la comparsa di resistenze nei patogeni che implicano il costante sviluppo di nuovi formulati.
Dalla fine del 1800 si svilupparono anche progetti di incrocio interspecifico tra piante del genere Vitis con l’idea di ottenere vitigni nuovi che resistano naturalmente ai Peronospora e Oidio, inserendo, senza l’utilizzo di tecniche di ingegneria genetica, i geni di resistenza in Vitis vinifera da viti di origine asiatica e americana che possiedono questo tipo di resistenza.
La rincorsa a ottenere vitigni resistenti risale a diversi decenni fa, quando agli inizi del XX° secolo coltivatori e ricercatori americani ed europei collezionarono con pazienza specie americane di vite diverse: V. rupestris, V. riparia, V. lincecumii, V. aestivalis, V. cinerea e incrociarono queste specie con varietà di V. vinifera programmando piani di incrocio complessi che coinvolgevano più specie selvatiche.
Attorno al 1920, ricercatori sovietici individuarono la buona resistenza delle viti asiatiche, soprattutto V. amurensis, principalmente all’Oidio, e la combinarono con quelle delle viti americane. L’interesse consiste nel fatto che viti asiatiche sono geneticamente più vicine alla vite europea e, soprattutto, non presentano i problemi enologici delle viti nord americane.
Verso gli anni ‘70 del secolo scorso ricercatori francesi individuarono la resistenza all’Oidio come caratteristica della vite Muscadinia rotundifolia, un genere diverso dal genere Vitis e trasferirono la resistenza in vinifera, anche se con difficoltà perché Muscadinia ha 40 cromosomi e non 38 come la V. vinifera L.
Tutta questa preziosa attività ottenne il risultato di introdurre in vinifera geni di resistenza provenienti da specie diverse da V. vinifera L. Ponendo così le basi per i programmi moderni di miglioramento genetico della vite, basati sostanzialmente su incroci tra varietà portanti geni di resistenza da diverse specie di vite che, inseriti su vitis vinifera, ampliano le possibilità di resistenza al patogeno.
vigneti-valpolicella-in-val-dillasiI primi risultati ottenuti però furono inferiori alle aspettative rispetto alla resistenza attesa e rispetto alla qualità intrinseca delle uve e dei vini. Nei primi anni del 1900, la fretta nell’utilizzo degli ibridi cosiddetti di prima e seconda generazione, ha portato la loro esclusione dall’impianto da parte delle principali amministrazioni europee (in Italia con Legge n. 376 del 23 marzo 1931), e della loro commercializzazione a cavallo degli anni ’80 …
Attualmente sono 370 le varietà di vitigni resistenti registrate in 25 diversi paesi. In Italia, dove l’attività di incrocio è progredita nel tempo, grazie anche a centri di ricerca come Fondazione Edmund Mach-Iasma, Università di Udine e Innovitis, sono 20 i vitigni resistenti iscritti al Registro Nazionale delle Varietà di Vite.
Si tratta di varietà che posseggono buona resistenza a Peronospora e Oidio e permettono una riduzione dell’uso di pesticidi … Ma la strada da percorrere è ancora lunga, anche perché trattandosi di viti derivate da incrocio, non sono uguali al genitore di riferimento (ad esempio Cabernet) e quindi non hanno la tradizione dei vitigni allevati nell’ambito dei disciplinari delle nostre Doc e Docg. Restando limitati e ammessi alle sole denominazioni Igt …
Il lavoro di ricerca è ancora molto lungo. Per dirne una, sono quasi dieci anni che il Centro di microvinificazione di Conegliano, gestito da Veneto Agricoltura, lavora alla individuazione di risposte scientifiche e di tecniche immunitarie della pianta ai patogeni che permettano di ridurre l’utilizzo di fitofarmaci a basso impatto ambientale in viticoltura…
Una necessità per la salvaguardia dell’ambiente e un futuro migliore per tutti.
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