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Nel Chianti tra arte, vigneti e coloniche – La scelta bio di Lamole (S. Margherita)

Chianti e Sottozone“Passeggeremo nel cuore del Chianti”. Il sintetico messaggio riportato sul cartoncino d’invito lasciava poco spazio alla fantasia, su come si sarebbe svolta la visita a “Lamole di Lamole”, la tenuta che il gruppo vinicolo Santa Margherita della famiglia Marzotto possiede nel cuore del Chianti classico (di fianco, cartina del Chianti con sottozone di produzione).

L’incognita semmai poteva venire dalla bizzarria del meteo, giacché l’App sul mio cellulare lasciava intendere un meteo incerto, con sprazzi di sole ma anche pioggia. Nel qual caso la passeggiata tra filari di vite, campi in fiore e ciliegie mangiate appena colte dall’albero sarebbe andata a farsi benedire. La fortuna però questa volta è stata dalla nostra parte.

Già al punto di ritrovo di primo mattino, nell’atrio del Four Seasons, a Firenze, il sole faceva sentire quanto calore avesse in corpo. E così, sorseggiato un veloce espresso assieme al direttore dell’albergo, nonché amico Patrizio Cipollini che non vedevo da anni, eccomi nel van con una ciurma di colleghi alla volta di Lamole. Dove, lo scoprimmo subito dopo la partenza, non avremmo fatto solo passeggiate, ma anche partecipare all’inaugurazione di una nuova struttura che Santa Margherita ha realizzato a Greve, concentrando imbottigliamento, stoccaggio, punto vendita e il ristorante che porta il nome del gruppo.

Marzotto StefanoUn investimento da <9 milioni di euro e infiniti ostacoli dovuti alle pratiche burocratiche che la metà bastava e sarebbe stata anche troppo>, avrebbe poi detto con orgoglio parlando dell’investimento e lasciando trasparire una smorfia di disagio sul secondo passaggio della frase Stefano Marzotto (foto di fianco, per gentile concessione dell’amica e collega Anna di Martino), presidente della holding di famiglia.

Dal centro di Firenze, sono una quarantina i chilometri da percorrere tra curve, saliscendi, coloniche e piante di ogni genere a fare cordone alla stretta via delle “chiantigiane”, evidente derivazione da Chianti che ancora prima di essere vino è il nome che sin dal basso Medio Evo definisce il medesimo territorio. Un territorio che è una meraviglia di natura a vedersi, con le colline e i verdi boschi che si rincorrono, spesso incorniciando pievi, castelli e coloniche dai terrazzi infiorati e, qua e là, ulivi dai tronchi mingherlini rinati dopo la grande gelata dell’85. Poi, ma solo dopo mezz’ora di strada, ecco i primi vigneti del Chianti classico.

Lo chiamano così dai primi anni Trenta del secolo scorso per distinguerlo dall’altro Chianti, la cui denominazione risale al 1716, quando il Granduca di Toscana Cosimo de’ Medici promulgò quello che è stato il primo editto in assoluto nel mondo, intervenuto a delimitare l’area di produzione di un vino. Ambedue Docg ottenuti da uve Sangiovese (in purezza, oppure in prevalenza con altri uvaggi), il prodotto classico ha un disciplinare più restrittivo, come più contenute sono la superficie vitata (circa 7mila ettari, su un totale tra i due di 22mila) e la produzione (circa 260mila hl, su un totale che normalmente supera il milione di ettolitri). Anche per questa ragione, il prodotto classico ha l’aura di essere un vino più ricercato, senza per questo togliere meriti alla denominazione semplice.

Giovanni da VerrazzanoLa carovana in movimento attraversa Impruneta, va oltre Passo dei Pecorai – dove ben ricordo gli ottimi vini della tenuta di Nozzole di Ambrogio e Giovanni Folonari – più in là c’è Ozzano, quindi si fiancheggiano le terre del Castello da Verrazzano – da cui il nome del famoso ponte di New York in onore del navigatore fiorentino Giovanni da Verrazzano (nel disegno) -, prima di tagliare Greve in Chianti e, infine, giungere al borgo di Lamole: un gruppo di case tutt’intorno alla chiesa di San Donato a 550 metri slm, già feudo della famiglia guelfa Gherardini imparentata con Francesco del Giocondo, marito di Monna Lisa che, a un tiro di schioppo da queste parti, visse e fu immortalata con quel sorriso enigmatico dal genio di Leonardo.

Oggi Lamole conta 86 abitanti: <Quattro in più rispetto a un anno fa>, riporta con precisione notarile ma tono di voce soddisfatto Andrea Daldin, che qui ci vive come responsabile delle tenute Toscane di Santa Margherita (oltre a Lamole, la fattoria Vistarenni, sempre in Chianti Classico, e la tenuta di Sassoregale, in Maremma). A cavallo tra il 700 e l’800, Lamole arrivò ad avere anche mille abitanti. Poi un lento declino accentuato da un’agricoltura povera, spinse molta gente a cercare fortuna altrove; fino a quando, negli anni del secondo dopoguerra, c’è stata la riscoperta del bel paesaggio a opera di artisti e intellettuali.

Ma è solo con gli anni Ottanta e Novanta che, grazie al salto qualitativo correlato al successo del Chianti classico, che questo borgo ritorna ad aggregare interessi. E non v’è dubbio che l’interruttore che ha fatto da scintilla è stato proprio l’arrivo del gruppo vinicolo veneto che, nel 1993, ha rilevato dalla famiglia Toscano l’intera tenuta. Le cui dimensioni – 171 ettari, di cui 5 a uliveti e 57 a vigneti – fanno di Lamole di Lamole il maggior produttore di vino (300mila bottiglie) tra le sette aziende colà operative.

Santa Margherita fotoViticoltura estrema dovuta alla condizione geomorfologica con vigne che vanno da un’altitudine di 350 a 700 metri, terreno galestroso e un’azione ventosa continua, fanno di Lamole un angolo unico nel panorama viticolo toscano.

Ed è grazie a queste <condizioni ambientali se nell’ultima vendemmia, particolarmente umida in molte zone della regione e oltre, siamo riusciti a portare in cantina uve sane e ben mature>, rammenta l’amministratore delegato del gruppo Ettore Nicoletto. Che aggiunge: <E’ stato per noi un grande risultato che non immaginavamo nemmeno, tanto da poter affermare senza ombra di smentita che si è trattata della vendemmia meglio riuscita da quando siamo qui a Lamole>.  Un risultato che i nasi raffinati potranno verificare quando il vino completerà la sua fase evolutiva nelle grandi botti di rovere distribuite nei diversi ambienti della cantina ricavata sul fianco della collina (accanto tre viandanti per le strade del Chianti, sorpresi dalla solita amica e collega, sempre pronta a premere il grilletto: da dx Ettore Nicoletto, Loris

Vazzoler e … il sottoscritto)

Quella stessa collina a ferro di cavallo che si affaccia a Sud Ovest, verso Panzano e San Gimignano, dove i tecnici responsabili del gruppo guidati da Loris Vazzoler hanno deciso di aprire le porte a una viticoltura sostenibile a basso impatto ambientale. Cominciando, appunto, da Lamole di Lamole che da un paio di anni è in fase di conversione biologica. <Il nostro obiettivo – spiega lo stesso Vazzoler – è arrivare a eliminare non solo l’uso di prodotti di sintesi, ma anche i prodotti chimici naturali come zolfo e solfato di rame. Va da sé che per arrivare a tanto è necessario avvalersi di nuove tecnologie di coltivazione che esaltino l’inerbimento, l’uso di compostaggi naturali e il riuso di materie prime prodotte all’interno della stessa azienda, come la frantumazione dei tralci che mischiate alle vinacce diventano fertilizzanti ed energia viva per  le vigne>.

Se questo sarà il nuovo corso per tutto il gruppo Santa Margherita l’ad Nicoletto, da pragmatico qual è, non lo dice apertamente: <Vedremo. I risultati conseguiti finora a Lamole di Lamole sono assolutamente positivi, ma non è detto che ciò che è buono per un terreno vada bene per tutte le altre proprietà del gruppo. Valuteremo di volta in volta, faremo confronti e decideremo al momento opportuno se, come e quando intervenire>. Difficile dargli torto, visto che il gruppo che guida da una decina d’anni, anche in anni difficili come quelli della grande crisi, ha conseguito risultati molto positivi. Arrivando a chiudere il consolidato 2014 con 18,5 milioni di bottiglie e 110 milioni di euro di fatturato, con una crescita vicina al 10% e per il 65% maturato sui mercati esteri.

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