Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Montalcino, i suoi “Brunelli” e la carica dell’innovazione – I casi Allegrini e Illy

Le inchieste di “TerraNostra”: “Brunelli” a Montalcino (2/2)

.

Montalcino2<Certo che la decisione di Jacopo Biondi Santi di declassare il suo Brunello 2014 non ci ha fatto piacere. Per come è stata anticipata, ha lasciato intendere di un’annata da dimenticare per tutti, generalizzando un problema che invece è solo aziendale>.

Che il presidente del Consorzio di tutela del Brunello, Fabrizio Bindocci, sia seccato della decisione del pupillo dell’antico e blasonato marchio è sin troppo evidente. Ma da abile manager qual è, sa che non è il caso di lasciarsi coinvolgere in problematiche circoscritte a singole aziende. Per cui, anche se la questione che più appassiona il contado ilcinese in questo momento è capire come approcciare una possibile riforma nell’assegnazione delle famose “stelle”, tema che “TerraNostra” ha affrontato nella prima puntata di questa inchiesta (si veda articolo “Troppe stelle a Montalcino” del 28 febbraio), non minore importanza riveste la discussione sui tanti prezzi di “Brunelli” in commercio. Al plurale, appunto (la città di Montalcino nella foto sopra).

E sì, perché, se la logica a cui i produttori, universalmente parlando, debbano attenersi è il rispetto dei disciplinari, non per questo l’appartenenza a una Denominazione rende i vini di quella Dop tutti uguali. Un concetto che vale per tutti i vini dell’Unione europea, compresi quelli prodotti nel territorio di Montalcino, dove di Brunelli ce ne sono tanti quanti sono i produttori. Di questo ne è più che convinto il “master of wine” Timothy Tim Hatkin (foto accanto), un’autorità tra i “nasi” più accreditati a livello internazionale.

Master of Wine Timothy (Tim) Atkin<A Montalcino ci sono 250 Brunelli, uno diverso dall’altro – dice Tim mentre fa roteare un calice di prezioso nettare, ne osserva il colore in controluce, lo annusa e infine lo degusta -. Questo ricco campionario si giustifica essenzialmente per la complessità e varietà del terreno vitato, che è diverso da zona a zona, a seconda dell’esposizione e conformazione geologica del suolo>.

A questo si aggiunga la mano del produttore, sicché il tutto finisce per generare differenzazioni graduali da marca a marca, con valori che possono essere impercettibili al comune consumatore, ma anche marcati e tali da fare sentire diversi i vini provenienti da uve di vigneti contigui. Differenziazioni che poi trovano conferma in offerte di Brunello messi a listino con prezzi assai distanti tra loro: <da 10, come pure da 100 euro a bottiglia>, puntualizza Hatkin.

Il fatto può apparire incomprensibile, oltre che controproducente per un prodotto d’immagine che ha l’aura di essere tra i più cari in commercio, ma è l’altra faccia di una realtà viticola che per il “master of wine” britannico <non è mai noiosa, ma è dinamica, sa catturare l’attenzione dei curiosi ed è capace di stimolare l’arrivo di nuovi investitori>. Che nella terra del Sangiovese grosso non hanno mai smesso di credere, come dimostra la casistica di forestieri che hanno continuano a mettere radici da queste parti.

L’ultima operazione in ordine di tempo è quella anticipata da questo blog il 9 marzo scorso, e riguarda l’acquisizione di una tenuta in località “Passo del Lume spento” da parte del network chiantigiano Carpineto che, così facendo, ha allargato il raggio d’azione nelle tre le grandi Docg toscane: Chianti, Nobile e Brunello.

.

Nuovi player avanzano nella terra dei lecci

.

Alla collina dei lecci e del vino ci si avvicina per tanti motivi. Si arriva perché attratti dalla bellezza e salubrità del luogo, dal buon cibo, perché si crede nel business futuro dei vini di questo magico territorio, o semplicemente per diversificare le attività originarie dell’investitore. Ma anche per trasformare un rudere nel proprio buen retiro. Come hanno pensato di fare in un primo momento la coppia italo-olandese Andrea Genazzani e Theresja Baijens, fiorentino e illustre ginecologo, lui, olandese e interprete poliglotta per la Ue, lei.

I due, dopo una vita da professionisti giramondo, si sono lasciati conquistare da una colonica sulla via per Sant’Antimo, pensando che tutto dovesse finire lì. Invece, eccoli acquistare i diritti di impianto di un primo ettaro di vigna, poi il secondo, il terzo e via di questo passo, per arrivare agli attuali 12 ettari con annessa cantinetta e quasi 18mila bottiglie prodotte, tra cui una quota lavorata con il metodo “kosher” destinata a consumatori rispettosi del rito ebraico. <Il prossimo obiettivo – confida la signora Baijens – è arrivare a produrre 50mila bottiglie>. Quando l’appetito è uno stimolo che vien mangiando.

Quello stesso stimolo che ha stuzzicato due grandi nomi dell’imprenditoria agroalimentare nazionale: i principi dell’espresso made in Italy, Illy di Trieste e un’illustre famiglia di vignaioli della Valpolicella, Allegrini. Soggetti diversi per origine, prodotti e struttura, accomunati da una medesima filosofia imprenditoriale che si materializza in beni ad alto contenuto di qualità, frutto di ricerca e innovazione.

.

Bioedilizia e sovescio per il Brunello Mastrojanni (Illy)

.

Mastrojanni (Illy) Tenuta MontalcinoNon so se i quattro fratelli Illy (Anna, Francesco, Riccardo, Andrea) abbiano avuto lo stesso entusiasmo nell’investire nella tenuta vitivinicola Mastrojanni (foto accanto): 90 ettari di terreni argillosi, di cui una trentina a vigneto a un’altitudine che varia da 150 a 450 metri di altezza, boschi, una cantina realizzata con il concetto della bioedilizia per 100mila bottiglie, di cui il 50% esportate.

Di certo c’è che il primo dei fratelli a mettere piede a Montalcino è stato Francesco, fotografo creativo e il meno impegnato nel ciclo produttivo della torrefazione di famiglia, che a “Le Ripi”, a un tiro di schioppo da Castelnuovo dell’Abate, ci ha fatto la sua dimora abituale.

Sarà stato l’incomparabile e agreste paesaggio circostante, la notorietà del vino che vi si produce, la mistica che si respira tutt’intorno l’abbazia gregoriana di Sant’Antimo, o l’attenzione che Riccardo ha sempre avuto per l’enologia (in passato è stato anche consigliere del Seminario permanente Veronelli), sta di fatto che quando nel 2008 la tenuta Mastrojanni è andata sul mercato, la famiglia triestina non ci ha pensato due volte a farla sua.

Lo ha fatto con un investimento milionario (16, al primo colpo) che tuttora continua e con l’azienda affidata all’a.d. Andrea Machetti, già braccio destro di Ezio Rivella a Castello Banf e quindi tra i protagonisti negli anni 70 e 80 del secolo scorso del grande cambiamento di indirizzo economico e colturale di Montalcino e del suo Brunello.

E sì, perché, l’idea di Illy non era e non è quella di fare dell’azienda Mastrojanni una residenza di villeggiatura per la famiglia, ma di metterla a profitto trasformandola in una fucina di proposte innovative che si concretizzano tanto in vigna, quanto in cantina. Ecco allora il Brunello “Schiena d’Asino”, vino superbo e ricco di aromi erbacei proveniente da uve di un vigneto opportunamente coltivato a favino che, grazie alla tecnica del sovescio, apporta per via naturale azoto e sottrae Ph al terreno.

Mastrojanni (Illy) andrea MachettiEd ecco la cantina di affinamento in procinto di essere ampliata, ma che già con la precedente ristrutturazione del 2010 è stata pensata e realizzata attenendosi alla tecnica della bioedilizia. Vale a dire <un modello di costruzione – spiega Machetti (foto accanto) – che esclude l’utilizzo di materiali in ferro e cemento, causa di campi elettromagnetici che bene non fanno al vino, ma anzi accelerano un precoce invecchiamento nella fase di affinamento>. Un processo, quindi, da cui stare il più possibile alla larga, preferendo invece affrontare i lunghi tempi dettati dalla natura.

.

Il benefit della coltura ecosostenibile di San Polo (Allegrini)

.

Allegrini MarilisaDalla “terra delle molte cantine”, la Valpolicella, alla collina dei lecci e del vino, Montalcino. Dal Veneto alla Toscana, dall’Amarone al Brunello.

Il passo, non unico ma tutt’altro che comune, lo ha compiuto una manciata di anni fa Marilisa Allegrini (foto accanto), dinamica vignaiola veronese, sostenuta dal fratello più giovane Franco, che ha proseguito seguendo le orme lasciate sospese dal fratello maggiore Walter. Era stato lui, infatti, ad avere messo le prime basi in Toscana, a Bolgheri, quale giusta intuizione per ampliare il perimetro operativo di un’azienda che vanta passaggi importanti nella storia viticola del territorio di origine. E altri si prepara a scrivere, attingendo a travasi di esperienze che sono l’orgoglio della migliore enologia made in Italy.

Certo è che l’acquisizione della tenuta San Polo di Montalcino (foto sotto), fatta da Marilisa nel 2007, in collaborazione con l’importatore italo-americano Rainbow, ha creato le condizioni per una nuova fase di sviluppo della realtà Allegrini. Una realtà, vale la pena dirlo, che ha fatto della ricerca e innovazione in vigna e in cantina un passaggio cruciale del proprio sviluppo, sposando quanto l’agricoltura sostenibile e biologica mette a disposizione di chiunque. Anche se poi ognuno decide che scelta fare.

I fratelli Allegrini quella scelta l’hanno fatta da tempo e non intendono rinunciarvi proprio ora che il mondo reclama sempre più prodotti salubri e di qualità certificata. Ciò vale per il cibo, vale per il vino. E vale anche per il re dei vini, qualunque esso sia.

Allegrini - Tenuta di San PoloNon è per questo un caso se la tenuta San Polo, che già con la precedente proprietà aveva conosciuto un avvio alla coltura biodinamica, sia poi tornata a essere campo sperimentale per una viticoltura sensibile ai principi della coltura ecosostenibile. Sull’esempio di quanto praticato nei vigneti intorno a Fumane, sede centrale di Allegrini e cuore della Valpolicella.

<E’ dal primo anno che siamo a San Polo – dice il direttore della tenuta, Nicola Biasi – che in campagna non utilizziamo alcun tipo di diserbo, sfruttando il terreno calcareo che assicura un ottimo drenaggio e permette di fare vini complessi e vendemmia tardiva. Ormai è da tre anni che operiamo in conversione biologica, sicché dal prossimo raccolto avremo il nostro primo Brunello bio>.

A dare ulteriore forza e carattere ai vini di San Polo, c’è poi la scelta tutt’altro che comune di escludere in cantina l’uso di lieviti commerciali prodotti da terzi, preferendo invece selezionarli internamente da uve di proprietà lavorate in una cantina che è particolare di suo, essendo stata concepita nel rispetto della bioarchitettura. Praticamente si tratta di una struttura completamente interrata, dotata di termo labirinti che modulano il passaggio dei flussi di aria fredda e calda, permettendo così un uso ottimale dell’umidità prodotta dalla collina che la sovrasta. Insomma, un benefit tutto al naturale.

e-mail: basile.nicola@libero.it

(c-riproduzione riservata)

 

  • Nicola Dante Basile |

    Quella dei punteggi più alti dati ad aziende gestite da giovani è corretta proprio perché è il modo di gestire l’impresa, quindi di fare vino, che è migliorato. E con un’azienda più aperta al mondo i risultati arrivano, eccome. L’articolo dice proprio questo.

  • Stefano Cinelli Colombini |

    Si, certo, tutte queste realtà venute da ogni parte del mondo hanno arricchito Montalcino, ma hai notato una cosa curiosa? Quasi tutti i punteggi più alti dei Brunelli 2010 vengono da aziende gestite da giovani. Non sarà che è più questa l’innovazione nel Colle dei Lecci?

  Post Precedente
Post Successivo