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Come in “Profumo-di-vino” il poeta della canzone Guccini rilegge l’ebbro Khayyàm e Carducci esalta la vigna

Profumo di VinoEstate tempo di sagre, letture, musica e cene sotto le stelle. Un rito che coinvolge tutti in ogni angolo di Bell’Italia (e oltre), con l’immancabile elogio a gusto e sapori del territorio e mille-e-uno #calici-di-vino che s’innalzano al cielo per un brindisi alla salute, all’abbondanza, alla gioia.

Come incitava a fare mille e più anni fa il poeta e filosofo musulmano Omar Khayyàm che rivolto al Profeta, in un tempo evidentemente meno buio di oggi, osava reclamare libertà d’ebbrezza. Ora chissà cosa scriverebbe.

Ho ripensato a quelle quartine partecipando al #DivinoFestival 2016 di Castelbuono – amena località delle Madonie sopra Cefalù, ferita a morte da fuochi dolosi ma non vinta, come si evince dalla vivace attività estiva che la pervade – dedicato a un grande della musica italiana qual è Francesco Guccini. Al quale mi lega un sentimento di profonda gratitudine per le belle canzoni che ci ha regalato, e per l’onore di avere ospitato una sua pregevole e generosa prefazione al libro “Profumo di Vino” che ho pubblicato un po’ di anni fa con i tipi de ‘IlSole24Ore Libri’.

Era l’inizio del terzo millennio, l’Italia del vino godeva i risultati del nuovo corso intrapreso dopo lo sciagurato scandalo del metanolo degli anni Ottanta, e diversi altri Paesi dell’emisfero australe abbandonavano definitivamente l’aria timida e sperduta dei “nuovi arrivati”. In “Profumo di vino” raccontavo quella catarsi, ma chiesi anche a un poeta della musica come Guccini di raccontare il suo legame con il vino.

Il risultato è in quella prefazione che ho portato come ‘lettura’ al DivinoFestival di Castelbuono in cui il cantautore ‘tosco-emiliano’, ancorché rammentare i suoi primi passi di avvicinamento a Chianti e Lambrusco, compie un giro del mondo fatto di appellativi e frasi immortali dedicate al nettare di Bacco. Immortali come le quartine dell’uomo libero da ogni ‘ismo’ che reclama il diritto all’ebbrezza, perché bere vino é brindare alla vita.

Di seguito, un estratto della prefazione.

di Francesco Guccini

219px-Guccini1970Molto emiliano e un poco tosco, sono nato e cresciuto fra Chianti e Lambrusco…

I nonni paterni, secondo antiche abitudini, non lesinavano quel mezzo bicchiere di vino ai ragazzi, e la cosa non mi dispiaceva, tanto che in giovanissima età fui colto a gettare sassi nel pozzo di casa; la breve e onesta spiegazione dell’atto fu che, una volta colmata quella riserva d’acqua, difficilmente avrebbero potuto di nuovo servirmene e quel mezzo bicchiere a pasto sarebbe diventato qualcosa di più.

Per il versante di pianura della famiglia, come non versare un bel bicchiere allegro e ricco di spuma di Lambrusco odoroso di viola; dicevano gli antepassati, con grande dirittura morale: “Può, un giovinetto, mandare giù una fetta di zampone con l’acqua, che fra l’altro non fa sangue?!”.

Eccomi dunque iniziato, quasi per volere di antica sapienza montanara e contadina, ai piaceri del vino. Che esaminerò un po’ da lontano, dalle origini: il vino da dove viene, etimologicamente parlando? Romeni e francesi hanno vin, provenzali vins, spagnoli vino, portoghesi vinho.

Ma andiamo indietro nel tempo: ecco il latino vinum, parallelo al greco òinos, dorici ed eolici fòinos, umbro osco, falisco vinu, etrusco vin. Allarghiamoci allo slavo vino, al lituano vinas, al prussiano wynam, al gotico wein, all’antico alto tedesco e allo scandinavo viin, irlandese fin, cimbrico guin. C’è già, nel sostantivo,  un allegro spumeggiare.

Se però i nomi ci sono, dove le lodi alla bevanda? Ma nella voce stessa, riconducibile, secondo alcuni studiosi fra cui il Mommsen, al sanscrito Vèdico vènas, cioè amabile, delizioso, piacevole. Basta? Aggiungiamo allora che il nome Venere, dea della bellezza e dell’amore, ha la stessa radice, e potrei conchiudere qui il prestigioso cerchio.

Un destino segnato, il mio, e confermato, più avanti negli anni, nella vocazione umanistica degli studi, che mi mandavano continuamente messaggi. “Non c’è gioia senza vino”, recita il Talmud, e “Il vino mi spinge / il vino folle, che fa cantare anche l’uomo più saggio, /lo fa ridere mollemente e lo costringe a danzare / e tira fuori la parola…” ed è Omero, nell’Odissea.

Ma anche Alceo: “Primavera fiorita/ sento che viene./ Presto, il cratere riempite di vino soave”. Quasi tralascerei il noto “In vino veritas” di Plinio il vecchio, ma ricordiamo anche che “Nunc est bibendum”, come afferma perentorio Orazio, e, in un empito di saggia pace: Quis post vina gravem militiam aut pauperium crepat”, chi dopo il vino parla delle gravose armi o di miserie?…

Dirà qualcuno: “Comoda, Orazio era un allegro zuzzerellone, per forza che…”. Bene, prendiamo allora l’austero Cicerone, che sì effondeva ire civili contro Catilina (… sicuramente astemio, dato il tipo), ma ammetteva anche di non disdegnare “concursare circum tabernas” e ordinava “aut bibeat aut abeat”. Antichi pagani, qualcuno potrà osservare.

Omar KhayyàmPrendiamo allora l’antico ma non pagano salmista, che proclama: Vinum bonum laetificat cor hominis (III,15) e, con un salto di più di mille anni, il mussulmano Omar Khayyàm che, in evidente dispregio per il Profeta, scrive nella quartina 211: “M’hai infranto sul sasso il calice del vino, o Signore! La porta della delizia m’hai chiuso in faccia, o Signore! A terra hai versato il vino colore di rosa: scusami la bestemmia, ma sei tu ubriaco, o Signore?”

Ma eccomi poi nello Studio di Bologna, il più antico del mondo occidentale, crogiolo di etnie e di cultura. Si viene a scoprire che gli studenti avevano il privilegio (mantenuto fino XIV° secolo) di assentarsi dalle lezioni il primo giorno di scuola d’ogni mese “pro potionibus sumendis more solito … (***)

Certo, erano studenti gavazzoni, ma che dire dei maestri?

In una vecchia osteria di Bologna, fino a qualche tempo fa, campeggiava un busto di Carducci, che pare fosse di quell’osteria buon frequentatore, e sotto al busto una targa in ottone recitava: “Quando morirò seppellitemi in una vigna, cosicché possa restituire alla terra tutto quello che ho bevuto in vita”.

Sono vendemmiatore, amico di vendemmiatori, in città di vendemmiatori. E allora lasciatemi concludere con una quartina del già citato Omar Khayyàm, che mi permetto, e non vi offenda la cosa, di tradurre dal persiano antico:

Bevi vino, ché vita eterna è questa vita mortale,

E questo è tutto quel che hai della tua giovinezza;

Ed ora che c’è vino, e fiori ci sono, e amici lieti d’ebbrezza,

Sii lieto un istante ora, ché questa, questa è la Vita”.

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