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Olio d’oliva made in Italy sotto attacco: import alle stelle e regole disattese

Uliveto con olive (Madonna del Petto)L’Italia da 20 anni a questa parte non ha mai importato tanto olio d’oliva, quanto ne è arrivato nel 2014. Con il saldo della bilancia commerciale che è tornato a essere di un rosso preoccupante per la stabilità di un settore tipico dell’agricoltura made in Italy.

Le cause? Produzione olivicola quasi dimezzata (circa 300mila tonnellate, rispetto a 464 della campagna precedente), prezzi del prodotto domestico in forte rialzo e listini internazionali in flessione. Una triplette che ha innescato acquisti massicci di olio estero. In particolare spagnoli e di altri paesi rivieraschi il Mediterraneo.

Uno studio dell’Istituto pubblico che segue gli andamenti  dei mercati agricoli (Ismea) condotto su dati Istat, dice che tra gennaio a dicembre dell’anno passato l’Italia ha importato 666mila tonnellate di olio di oliva e di sansa, con una spesa superiore al miliardo e mezzo di euro.

Si tratta di dati ambedue in forte crescita, ma con un gap consistente tra loro (valori a +23,3% e quantità a +38%) dovuto ai prezzi decisamente più competitivi degli oli d’oliva spagnoli, la cui disponibilità nella campagna 2013-14 è stata piuttosto elevata. Non si dimentichi che la Spagna, a seguito di un corposo piano olivicolo avviato negli anni Ottanta, ha superato in produzione l’Italia. Fino ad allora leader mondiale per produzione, consumo ed export.

Sul fronte dell’export di olio made in Italy, l’analisi Ismea dice anche che il 2014 è stato per l’Italia “un anno di record mancati”. Infatti, pur avendo esportato 411mila tonnellate, in crescita del 6% sul 2013, in valore si è verificata una contrazione dello 0,4 per cento. Il che ha comportato un saldo negativo della bilancia commerciale, tornata in rosso per 151 milioni di euro, dopo tre anni di segni positivi.

OliveOvviamente, un simile contesto si presta a osservazioni che vanno oltre la valutazione statistica. Ed è quello che fa Coldiretti, quando osserva che non è solo il calo produttivo, per quanto importante sia stato, a favorire la corsa delle importazioni. Ci sono norme sulla trasparenza del settore che, nonostante siano state solennemente deliberate, tardano a essere praticate. È il caso della legge 9 del 2013 che – ricorda Coldiretti – ha introdotto importanti misure che vengono disattese: una è il <mancato controllo di regimi di importazione che non consente di verificare la qualità merceologica dei prodotti in entrata>.

Altra mancanza sono le <inadempienze sull’uso obbligato nei locali di pubblico esercizio di oliere prive di tappi anti rabbocco. Cosa che oltre al danno economico per i produttori, comporta un serio attacco all’immagine dell’olio extravergine d’oliva, nonché un beffa per il consumatore>.

  • Valentino |

    Lavoro in una minuscola impresa di olivicoltura. I costi per fare un prodotto biologico sono esorbitanti, e non si riesce a vendere se non dopo anni di lavoro sia fisico che intellettuale (carte, certificati del biologico, controlli, pagamenti). La globalizzazione ci può rendere competitivi se al mercato arriva la sensazione che il prodotto italiano abbia un VALORE più alto dei concorrenti esteri. Il prezzo non deve essere l’unico discriminante per la scelta!

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