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Plénitude di Dom Pérignon, la genesi di un grande vino delle terre nobili di Champagne

DP Plenitude 2A fine giugno la presentazione. Ora la consegna delle prime bottiglie di Plénitude Deuxième, P2: una sigla che da noi sconfina in vicende passate, ma che collocata nella giusta cornice voluta dai proponenti francesi di Dom Pérignon, racconta di un vino fiero (plénitude = pienezza) proveniente da uve di 17 grand cru della nobile terra di Champagne. Vino che un nugolo di ospiti ne hanno apprezzato le sfumature nel pre-lancio ideato da un artista multisensoriale, qual è Marco Foltran, con il contributo materiale di un giovane e irrituale maestro dei fornelli, il bellunese Riccardo De Prà.

Plénitude Deuxième, dunque. Ultimo nato, commercialmente parlando, tra gli esclusivi champagne della maison Dom Pérignon. La stessa che dalla fine del XVII° secolo, merito il mitico monaco cantiniere del convento benedettino di Sant Pierre di Hautvillers, inebria con le sue bollicine nasi fini, palati esigenti e acquirenti comunque danarosi. Una consuetudine che si ripete tutte le volte che la maison francese firma una nuova etichetta. Come quest’ultima che identifica un brut che proprio giovane non è, visto che il millesimo riporta a 16 anni fa, alla vendemmia 1998, quando nessuno poteva ancora immaginare i delicati equilibri degli elementi che si sarebbero sprigionati in bottiglia dopo otto, sedici e, chissà, forse anche dopo trent’anni. Segreti per tanti, non per tutti.

Certo, non per lo Chef de Cave Richard Geoffroy, che evidentemente aveva già cognizione esatta delle potenzialità organolettiche delle uve raccolte quell’anno nelle tenute di proprietà della maison e delle possibili fasi evolutive che accompagna il prodotto nel tempo. Cognizione capace di fargli presagire il taglio del traguardo per un grande vino di Champagne, come peraltro oggi ammiccano nasi esperti alla maniera di Sean Connery, alias James Bond nella celluloide di ”007, missione Galdfinger”. Sarà per questo che uno di questi interpreti, sensibile al fattore venale, butta lì un prezzo di cessione che potrebbe oscillare tra 200 e 250 euro a bottiglia.

Eccessivo?, in linea con la filosofia della casa?, giusto rapporto con il contenuto offerto?, o cos’altro? Domande su domande che in momenti di crisi possono apparire fuorvianti e ad effetto, ma che comunque restano prive di certezze. Anche quando il cronista bussa alla porta del direttore marketing di Dom Pérignon Italia, Marco Ravasi, che si guarda bene dal dare indicazioni di tale natura. Per contro anticipa a “TerraNostra” il lancio per settembre della versione “rosé” di Plénitude, annata 1995. Come dire, di fronte alla disponibilità di un grande prodotto, logica vuole che si continui a crescere in longevità. Il che è una logica a cui da secoli si ispira Dom Pérignon, dove i protagonisti, sapendo di disporre di champagne la cui metamorfosi è tutt’altro che completa, già parlano di una nuova edizione di Plénitude: la Troisième della vendemmia 1998.

Anno di uscita? Il 2025.