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Prosecco (2): La tutela del nome è fondamentale, ma il successo va costruito giorno per giorno

 Le inchieste di“TerraNostra”: il Prosecco (2)

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Nella prima puntata sul vino Prosecco (pubblicata ieri), ho fatto il punto sul successo  che da una manciata di anni arride a questo spumante prodotto da uve Glera, tra le colline di Asolo, Valdobbiadene, Conegliano e il villaggio friulano di Prosecco. Successo ottenuto grazie anche alla tutela di una denominazione rivelatasi  lungimirante sotto ogni profilo, al punto da spingere il Governatore del Veneto Luca Zaia a parlare di “sorpasso” sullo Champagne. Un paragone che personalmente ritengo improprio. Ma tant’è.

In questa seconda puntata riporto il punto di vista di due imprenditori che rappresentano, uno, l’azienda con più storia alle spalle e, l’altro, quella più giovane. Seguirà domani una terza e ultima puntata.

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Carpené Malvolti – la più antica -: un successo che va oltre la “moda dei consumi”

Lo sviluppo e relative performance maturate nell'ultimo decennio del vino Prosecco <non sono ascrivibili a un effetto “moda dei consumi”, bensì a un fenomeno la cui portata è tuttora in atto e che tenderà a crescere e consolidarsi ulteriormente nel tempo>. A dirlo è Domenico Scimone, responsabile vendite e direttore marketing di Carpenè Malvolti di Conegliano Veneto. La sua è una testimonianza che parte da dati empirici, come lo sono i 315 milioni di bottiglie di Prosecco prodotto nel 2013, di cui 75 milioni solo per la denominazione controllata e garantita che, da inizio secolo, ha quasi raddoppiato di numero.

Carpenè Malv, Domenico Scimone
<Questo risultato – spiega Scimone, che da più di un anno ha in mano le redini di un’azienda che ha fatto la storia della spumantistica nazionale – è frutto di un duplice supporto alimentato, nella prima parte del periodo, dalle vendite in Italia e, nella seconda parte, da una crescita significativa verso i paesi esteri>. Mercati che, nel frattempo, <hanno assunto un peso determinante per il Prosecco, così come per tutta l’economia del nostro Paese, facendo dell’Italia il primo esportatore di "bollicine">.

A questo riguardo, l’affermazione del Prosecco Docg tanto in Europa, quanto nei paesi terzi – puntualizza Scimone -, ha fatto si che oggi questo flusso rappresenti più del 45% dei volumi esportati, pari a 28,3 milioni nel 2013, con destinazione l’Europa per l’80 per cento, quindi le Americhe (15%), Asia ed Africa (2,5), ed Oceania con 1,5 per cento. Si aggiunga anche che <una nota particolare meritano i mercati svizzero e britannico, per le significative performance conseguite nell’ultimo anno in termini di volume, valori e percentuali di crescita. Parimenti si conferma l’espansione dell’Oceania e del Sud America, così come i cosiddetti paesi Brics>, acronimo di Brasile, Russia, India, Cina , Sudafrica.

<Tale aumento – spiega il direttore della storica azienda di Conegliano presieduta da Etile Carpené – è dovuto al continuo e crescente apprezzamento che il consumatore nazionale e internazionale ha dell'alta qualità del Prosecco superiore disciplinato ormai da oltre quattro anni dalla Docg. E le prospettive di medio-lungo termine confermano tale ulteriormente tendenza>. Convinzione peraltro dettata dai numeri della stessa Carpenè Malvolti <che rispecchiano altresì le lusinghiere performance del 2013, più marcate sul fronte estero che su quello italiano, con venti milioni circa di fatturato per 5,4 milioni di bottiglie prodotte, per la maggior parte destinate a una cinquantina di paesi esteri. Ma con l’Europa, in particolare i mercati tedesco, svizzero e britannico che rappresenta il polo di sbocco più importante>.

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Col Vetoraz – la più giovane -: non è la denominazione ma il territorio che fa la differenza

La risposa può spiazzare. Ma sentire dire che esportate Prosecco <ha un interesse relativo per noi>, apre davvero uno squarcio inedito sul fenomeno dibattuto. Se poi la dichiarazione arriva da Paolo De Bortoli, accorto intenditore di Prosecco e socio dell’azienda Col Vetoraz (nella foto a sx con gli altri due partner Francesco Miotto e l’enologo Loris Dell’Acqua), allora la curiosità si fa per tre. Se non altro per la qualità dei prodotti di quest’azienda giovane (è stata fondata dai tre soci nel 1993), che negli ultimi anni ha fatto man bassa di premi e riconoscimenti vari, e conta su una produzione di poco superiore al milione di bottiglie, di cui 25mila di Cartizze, con un giro d’affari di 7 milioni di euro.

Col Vetoraz, soci De Bortoli (sx),Dell'acqua e Miotto
Poche altre aziende possono vantare lo stesso livello di prezzo. Un primato che fa coppia con l’esclusività logistica dei vigneti di Col Vetoraz, stesso nome della collina che ospita la sede aziendale in contrada di Santo Stefano di Valdobbiadene, dove la famiglia Miotto coltiva vigne e produce Prosecco di Cartizze da quasi due secoli. Pochi dati, ma sufficienti a far comprendere che in questo caso l’etimologia del successo non è ascrivibile al prezzo, visto che meno di un terzo del fatturato aziendale matura sui mercati esteri. E allora che cosa spinge i responsabili di Col Vetoraz a non farsi prendere dall’ottimismo da export, come invece accade per molti altri prosecchisti? Sarà per via del numero di bottiglie a disposizione piuttosto contenuto, o per la complessità che richiede la connessione di una rete commerciale estera efficiente?

<Né l’una né l’altra: è semplicemente dovuto al fatto che la domanda estera tende in generale a preferire l’offerta di base. Noi, invece, facciamo un vino spumante di riconosciuta eccellenza che si colloca nella fascia più alta del mercato, grazie anche al fatto che lavoriamo uve che provengono esclusivamente dalla parte più nobile del territorio di Valdobbiadene>, dichiara senza tanti ghirigori verbali De Bortoli. Per cui, a domanda se davvero
il palmarés di spumante più venduto nel mondo spetta al Prosecco, la sua risposta smorza sul nascere eventuali contrarietà.

<Per noi – dice – sapere che il Prosecco è diventato, o sta per diventare, lo spumante più venduto al mondo ha scarsa importanza. Indubbiamente il prodotto riscuote un grande successo sui mercati esteri, e questo è una buona cosa. Tuttavia osservo che si tratta di un risultato collegabile alla facilità di beva del prodotto e alla concomitante all’accessibilità e convenienza del suo prezzo medio, rispetto ad altri prodotti similari.

<A mio modesto parere, ritengo che tutto ciò dipenda dal fatto che all’estero ci siamo preoccupati più che altro di comunicare la denominazione, con la Doc che ha preso il posto della Igt. Un lavoro di facciata che io avrei preferito fosse stato fatto in un secondo tempo, dando la precedenza al territorio di provenienza delle nostre eccellenze produttive. Solo dopo avrei pensato a fare tutto il resto. Così non è stato, sicché penso che si sia persa una grande opportunità. Per fortuna che almeno in Italia la scansione è stata quella giusta>.

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2) Continua

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