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Bud Spencer, il “gigante buono” del Western all’italiana che mangiava non solo fagioli e beveva Chianti classico

Il mondo del cinema è in lutto. Ieri sera è morto Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, aveva 86 anni. La sua carriera di attore ha inizio grazie all’incontro, nei primi anni ’70, con il produttore cinematografico Italo Zingarelli – tra i primi a credere nel nuovo genere di “Western all’italiana”, con protagonisti la”coppia” Bud Spencer e Terence Hill -, nonché fondatore dell’azienda vinicola Rocca delle Macìe di Castellina in Chianti, tra le più rappresentative per la produzione di Chianti classico.

L’amico Sergio Zingarelli, figlio di Italo e presidente dell’azienda vinicola, ha scritto per “TerraNostra” un simpatico ricordo del grande (in tutti i sensi) attore.

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di Sergio Zingarelli

Bud Spencer e Italo ZingarelliCaro Nicola Dante, mio padre Italo, prima di fondare l’azienda Rocca delle Macìe, è stato il produttore cinematografico che nei primi anni ’70 lanciò la coppia formata da Bud Spencer – con quel personaggio sempre burbero e un po’ ingenuo che si chiamava “Bambino”- e Terence Hill.

Il primo film, “Lo chiamavano Trinità”, sarebbe diventato un classico della cinematografia Italiana. E con il successivo, “Continuavano a chiamarlo Trinità”, si rivelerà il maggior successo commerciale della storia del cinema italiano.
Carlo era laureato in giurisprudenza, e il desiderio di vedere un mondo più giusto lo ha sempre accompagnato nella vita. Anche i personaggi che interpretava, sebbene un po’ arruffati e scombinati, comunicavano questo suo desiderio. Erano un’espressione della sua anima, forse proprio per questo è entrato nel cuore di tutti.

Lui era come si vede nei film, sempre pronto a sorridere, anche se quel suo corpaccione così grosso poteva mettere paura. Ma bastava ascoltarlo un attimo e tutti si rendevano conto di chi avessero davanti. Ed era sempre pronto a ridere e a scherzare.

In quegli anni là lo vedevamo molto spesso, sia sul “set” che in azienda, a Castellina. Di lui conservo il ricordo di un uomo buono, disponibile, protettivo e aveva un “rapporto allegro” con la tavola. Come del resto l’aveva anche mio padre.

Entrambi, oltre che somigliarsi fisicamente, avevano una grandissima passione per la buona cucina e i buoni vini. Carlo veniva spesso a trovarci a Rocca delle Macìe e, tra la lettura di un copione e un progetto nuovo, c’era il tempo di stare a tavola allegramente e fare delle gran belle mangiate. Entrambi esigenti buongustai, a tavola non c’erano solo fagioli, come in pellicola.

Uno degli aneddoti che mio padre ci ricordava sempre era la condizione che Carlo fece scrivere nel contratto di produzione del film “Io sto con gli ippopotami” girato in Sud Africa. Si sapeva che le riprese dovevano durare più di un mese, sicché Carlo pretese, e ottenne, che l’accompagnasse per tutta la durata della trasferta la sua cuoca personale. Il motivo era chiaro: cucinava talmente bene e anche mio padre se ne rese conto che valeva la pena sedesi alla sua tavola.
Il legame con la nostra famiglia è proseguito anche dopo la morte di mio padre Italo. Mia sorella Sandra continua a occuparsi dell’attività cinematografica e, in questa veste, fa da trade-union con il figlio di Carlo. Con il quale abbiamo coltivato sentimenti profondi che vanno al di là del concetto di amicizia.