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Cantine Settesoli, la rivoluzione silenziosa per una crescita a doppia cifra


 

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Le interviste di “Terra Nostra”: Vito Varvaro, presidente di Cantine Settesoli

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 Sono arrivati da ogni angolo della Sicilia e anche da più lontano. Saranno stati cinque o addirittura sei mila, difficile contarli tutti i partecipanti al “Mandrarossa vinyard tour”, il raduno di appassionati del vino promosso per il terzo anno da Cantine Settesoli nelle contrade costellate di aranceti e vigneti che digradano ordinatamente verso costa, con sullo sfondo l’azzurro mare di Menfi, Sciacca e Cattolica Minoa, sito archeologico custode di antiche testimonianze che da sole meriterebbero un viaggio; e anche maggiore considerazione da parte di quanti sono chiamati a tutelarne le sorti.

     Sì, erano davvero tanti i gitanti siciliani e i turisti “non per caso” che per quattro giorni si sono dati appuntamento tra le valli della campagna agrigentina. Cinque seimila persone, cui vanno sommate diverse altre centinaia di presenze giunte per la “Vendemmia del mare” tenutasi in precedenza con il coinvolgimento di un pubblico eterogeneo fatto di buyer, vignaioli, comunicatori, reti vendita ed esperti del bere bene e del mangiare tipico e sano. Due eventi di grande impatto sociale voluti e sostenuti dalla cantina siciliana, con l’avallo di istituzioni locali e regionali e, soprattutto, con il coinvolgimento di giovani, salariati, vignaioli, artigiani e piccoli altri imprenditori del territorio.

     Settesoli, dunque. Ovvero la più imponente cooperativa vitivinicola della regione per numero di associati (oltre duemila), vigneti disponibili (seimila ettari), capacità produttiva di uva (500mila quintali), di vino (25 milioni di bottiglie) e di fatturato (55 milioni di euro) generato per il 66 per cento sui 30 mercati esteri dove l’azienda esporta. Insomma, una realtà produttiva di peso che si alimenta di materia prima proveniente dall’intera provincia e oltre, e coinvolge il 70 per cento delle cinquemila famiglie menfitane. Ce n’è abbastanza per essere considerata la numero uno del vino made in Sicilia.

     

Settesoli - Vito Varvaro -Presidente
Certo, il successo del Mandrarossa vinyard tour ha sorpreso lo stesso presidente della cantina, Vito Varvaro (foto), che dell’iniziativa è stato mentore e sostenitore, con il direttore generale Salvatore Li Petri nel ruolo di coordinatore di centinaia di volontari, tutti soci della cantina sociale. E tutti consapevoli di svolgere un lavoro utile sotto molti punti di vista per la comunità locale. Se ne fa interprete Varvaro, quando sostiene che <il Mandrarossa vineyard tour è un progetto finalizzato a valorizzare il territorio e i suoi prodotti, come il vino, i carciofi, i pomodori, le mandorle, gli agrumi, i formaggi, il grano, il pescato>.

     Prodotti, cioè, che quest’angolo di isola e il mare in cui vi si affaccia offrono con generosa abbondanza; e che la parte più avveduta dell’imprenditoria si sforza di trasformare in loco, restituendo valore aggiunto al territorio. Tutto ciò <promuovendo – spiega Varvaro – una rete di solide relazioni tra nuove generazioni di imprenditori dediti all’agriturismo, alla ristorazione, alla cultura e altre attività capaci di stimolare il processo di destagionalizzazione del turismo>. È il nuovo che accade in questo tratto di costa della Sicilia occidentale meno pubblicizzata rispetto ad altre. Dove il business più importante è il vino e l’industria più rappresentativa è Cantine Settesoli fondata nel 1958 da un gruppo di agricoltori locali che ebbero l’idea di convertire parte delle coltivazioni a cereali in vite, presieduta per oltre 40 anni da Diego Planeta e, da due anni affidata a Vito Varvaro.

     Menfitano doc, 59 anni, due figlie, piglio deciso e al tempo stesso amabile conversatore, Varvaro appartiene alla categoria di persone che si sono fatte da sole, un autentico self made man. Nel ’76, appena ventitreenne e fresco di laurea in Economia e commercio a Palermo, lascia la Sicilia per approdare come stagista nell’ufficio marketing della sede romana Procter & Gamble. Allora la multinazionale americana, attiva in svariati settori merceologici di largo consumo, fatturava appena 15 milioni di euro. Il nostro vi ci resta per più di trent’anni, girando come una trottola per Paesi, occupandosi di marchi già noti e altri ne lancia, e quindi partecipando a fare della multinazionale il colosso che è poi diventato anche nella Penisola, chiudendo la carriera di top manager al livello più alto di P&G Italia, con un fatturato stella a 2,3 miliardi di euro. Per continuare come consulente di grandi marchi del lusso, sedendo tuttora nei Cda di Tod’s, Marcolin, Piaggio. E, da tre anni a questa parte, come presidente di Cantine Settesoli.

    Presidente, il suo è il classico buen retiro alle origini?

No, è un grande amore per la terra d’origine. Amore e soddisfazione di mettere le mie conoscenze professionali al servizio di una realtà vitivinicola che per una piccola parte mi appartiene (il padre Francesco ha 90 anni ed è socio fondatore della cantina, ndr) e che ha un incredibile potenziale di crescita destinate ad alimentare ricadute positive sull’
intero territorio locale.

Perché, quanto ritiene possa ancora crescere un’azienda come Settesoli che è già la più grande cantina di tutta la Sicilia?

Cosa vuole che sia essere il maggiore produttore di vino di una regione che, pur essendo tra i principali protagonisti del settore in Italia, vende appena 60 milioni di vino in bottiglia. Noi da soli ne facciamo 25 milioni, cioè quasi la metà e, dunque, potremmo anche sentirci appagati. Ma non è così. Siamo ancora troppo piccoli rispetto ad altri competitori nazionali, per non parlare dei colossi internazionali. E questo è francamente inaccettabile per un Paese come il nostro che si disputa con la Francia la leadership vinicola mondiale.

Allora qual è la dimensione che ritiene ottimale per un’azienda vinicola che vuole essere competitiva?

L’obiettivo che mi sono posto accettando la nomina a presidente che i soci di Settesoli hanno voluto affidarmi è di arrivare entro il 2020 almeno a 100 milioni di euro di fatturato. Ma non è solo un problema di fatturato che bisogna perseguire.

E quale allora?, posto che 100 milioni di euro costituiscono un orizzonte ambizioso in un’epoca recessiva che sta mettendo il bavaglio a tante piccole e medie aziende italiane.

Settesoli Vigneti Menfi Mandrarossa
Premesso che in questi tre anni di crisi Cantine Settesoli, contrariamente ad altri, ha migliorato le proprie performance, resta il fatto che è proprio questo della dimensione aziendale uno dei problemi da risolvere(nella foto: vigneto Mandrarossa). Il mondo del vino in Italia e ancora di più in Sicilia è troppo spezzettato. Ma ancora di più manca, e qui rispondo alla domanda, l’approccio a una moderna organizzazione aziendale, aperta a politiche di marketing e attenta alle problematiche imposte dalla globalizzazione dei mercati.

È un approccio che l’azienda che guida affronta con sufficiente impegno? E se sì, con quale risultato?

Noi siamo ancora all’inizio di un cammino che è parecchio lungo. Non dimentichi che fino a qualche anno fa in Sicilia, e non credo che altrove la situazione fosse molto diversa, erano molti i contadini che cercavano affannosamente di vendere i loro poderi. C’era gente che portava a casa tre quattro mila euro di reddito annuo per ettaro. E magari ci lavorava un’intera famiglia. Ora la situazione è in parte migliorata, grazie a un maggior ritorno generato dalla valorizzazione di produzioni tipiche e di qualità come vino e olio extravergine d’oliva. Ma anche grazie a scelte aziendali più attente ai valori sociali ed economici della comunità locale perseguite da consorzi d’impresa. Tra questi un posto importante va riconosciuto a Cantine Settesoli.

Indubbiamente una realtà che ha fatto molto per produrre qualità, ha spinto l’acceleratore sui mercati esteri e forse ha fatto poco per farsi conoscere in Italia. E’ corretto pensarlo?

Al presidente Planeta vanno ascritti molti meriti. Ne cito uno solo che ritengo fondamentale: avere incoraggiato anche in qualità di presidente dell’Istituto della vite e del vino regionale la ricerca, la sperimentazione clonale, la micro vinificazione. È grazie a questo impegno se l’enologia siciliana ha avviato un processo di rinnovamento strutturale e qualitativo sostanziale. Detto questo, sono d’accordo con il fatto che in Italia c’è ancora molto da fare, dove oggi noi vendiamo tre milioni di bottiglie, ma stiamo lavorando per raddoppiare la posta in quantità e crescere in valore.

Con quale strategie pensate di fare questo salto?

Beh, la prima cosa che abbiamo fatto è stata quello di motivare i produttori associati e i conferitori di uve ad attuare politiche di selezione produttiva, ottenendo un ritorno che nemmeno noi ci aspettavamo. Tenga conto che oggi siamo in grado di rinnovare circa 300 ettari di vigneti l’anno, introducendo cloni innovativi e adatti a produrre vini che trovano il favore del nuovo consumatore. Abbiamo migliorato i processi di vinificazione in tutti e quattro gli stabilimenti di pigiatura e affinamento e, intanto, abbiamo provveduto alla ricomposizione di una squadra proiettata sul mercato. Va da sé che siamo intervenuti sui marchi, dando spessore alla linea dei vini Settesoli prevalentemente diretta alla Gdo nazionale, mentre Mandrarossa che ha una vita più giovane alle spalle è destinata al canale della ristorazione, wine bar ed enoteche.

Con quale risultato?

Contrariamente a quanto accade nella media nazionale, con i consumi di vino in stand by, le nostre vendite sia della linea Settesoli che di Mandrarossa sono in netta crescita in quantità e valore. Le risulterà strano, ma è la risposta che abbiamo avuto finora dal mercato Italia è molto incoraggiante. Al pari delle esportazioni che crescono in modo significativo e, nonostante un ritocco al rialzo dei listini, continuano a tenere un ottimo rapporto prezzo-qualità. E questo il nostro consumatore lo percepisce a occhi chiusi.

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