Denominazione di origine dei prodotti agroalimentari, vino in primis sotto attacco? Così pare stia per accadere, interpretando la nota del preaccordo in materia di interscambi commerciali firmato a Camberra tra la numero uno della Commissione Ursula von der Leyen e il primo ministro australiano Antony Albanese. Una intesa raggiunta a inizio di questa settimana su cui si lavora da tempo, finalizzata a promuovere un’area di libero scambio duraturo tra le parti, ma che pochi tuttora conoscono nei dettagli.
Per certo ne sapevano poco i produttori italiani, che solo ora vengono a conoscere che nella piattaforma proposta non si parla solo di abbattimento barriere e dazi doganali, ma anche di concessioni riguardanti in modo specifico da fare a settori come carni, caseari, vini e diversi altri beni alimentari. Tra queste, l’autorizzazione di Bruxelles agli australiani di produrre, vendere ed esportare per un periodo di dieci anni vino spumante, con in bellavista sull’etichetta il nome proprio della denominazione italiana, Australian Prosecco.
Una doccia fredda per vignaioli, vinificatori e mercanti del Prosecco, ovvero il vino in assoluto più prodotto, commercializzato ed esportato al mondo: 667 milioni di bottiglie prodotte nel 2025, di cui l’82% spedito in 180 paesi, come dire 546 milioni di bottiglie per un valore alla cantina che va ben oltre la soglia di tre miliardi di euro. Valori unici che fanno di questo gioiello delle terre del nord-est, da Asolo-Conegliano-Valdobbiadene fino al mitico villaggio istriano di Prosecco, una superstar merceologica davvero globale, ma unica nell’origine. Peculiarità che questo preaccordo andrebbe inevitabilmente a scalfire.
“E’ un patto scellerato, assurdo, inaccettabile che mi auguro venga quanto prima bloccato”, dichiara esterrefatto a “TerraNostra” Sandro Bottega, fondatore dell’omonimo gruppo vinicolo trevigiano, nonché consigliere di Federvini. “Il via libera a questo progetto – aggiunge – è una grave minaccia per l’Italia e i produttori di Prosecco in particolare. Situazione paradossale che richiede una reazione ferma e decisa da parte dei produttori, come pure l’intervento del ministero dell’Agricoltura e di tutte le istituzioni e associazioni interessate”. A quanto pare, un po’ tutti presi in contropiede.
Certo, la questione sta montando. Soprattutto dopo che un operatore locale ha scambiato il messaggio di preaccordo come un gesto di grande apertura e opportunità di crescita per il Prosecco sui mercati dell’emisfero australiano. Nei fatti dice molto più la preoccupazione malcelata dal presidente del Gruppo Vino di Confindustria Veneto, Settimo Pizzolato che da un lato sottolinea l’ottimo stato di salute della domanda di Prosecco, in un momento di mercati tutt’altro che facili. Dall’altro, non può fare a meno di precisare che “la vera sfida oggi non è la crescita in sé, ma la capacità di continuare a proteggere questo patrimonio senza mai darlo per acquisito”.
Una sfida che tocca un po’ tutti i produttori che da Nord a Sud della Penisola hanno a cuore le sorti di beni protetti da leggi, direttive, regolamenti vari posti non da oggi a tutela delle Denominazioni di origine.
Come non fare riferimento all’adozione dell’Italia negli anni Sessanta del secolo scorso della legge 930/63 sui vini, poi mutuata ed estesa a tutta la filiera agronomica made in Italy. Come pure di altri Paesi Ue, uno tra tutti la Francia che in questo campo vanta la primogenitura, con il varo nel 1935 dell’Appelation d’origine controlée (Aoc). E chissà perché in questa ipotesi di concessioni i vini francesi non sono stati minimamente toccati.
Buone ragioni non dette che parlano da sole, e rendono difficile comprendere il perché le autorità comunitarie siano disposte a sacrificare sull’altare del libero scambio commerciale la denominazione Prosecco. Cosa che se dovesse malauguratamente accadere, di sicuro arriveranno altri partner che lo pretenderanno. E non solo limitandosi al Prosecco.
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