Francesco Guccini è morto. Restano le sue canzoni immortali e l’inno universale al vino

Francesco Guccini, tra i grandi cantautori e intellettuali italiani, è morto questa mattina nella sua casa di Pavana, cittadina abbarbicata sull’Appennino Tosco-Emiliano. Ne hanno dato notizia la moglie Raffaella e la figlia Teresa. Guccini aveva da poco compiuto 86 anni. I funerali si svolgeranno in forma strettamente privata, in modo da permettere alla famiglia di vivere questo “dolore nella più stretta intimità”. Per quanti lo hanno amato, sarà possibile ricordarlo e salutarlo con una cerimonia commemorativa che verrà organizzata nel mese di settembre.

Autore di canzoni indimenticabili come Auschwitz, per citarne una tra numerosissime altre che hanno accompagnato la crescita culturale, sociale e politica degli italiani del secondo dopo guerra, di Guccini è nota anche l’attenzione per il buon cibo e il vino in particolare. Attenzione di tipo materiale (i suoi fan ricorderanno ai concerti la presenza in un angolo del palco della bottiglia di vino, che consumava al posto dell’acqua) e, ancor più, come variabile conoscitiva e divulgativa della millenaria cultura enoica. Variabile che ben si coglie nel testo che il cantautore mi fece grande dono, scrivendo la prefazione al mio libro “Profumo di vino, storie di uomini, imprese e mercati” edito da IlSole24Ore-Studi nel 2002.  Prefazione che ripubblico con orgoglio qui sotto.

L’inno universale a Bacco e l’iniziazione al vino di Francesco Guccini

di Francesco Guccini

Molto emiliano e un poco tosco, sono nato e cresciuto fra Chianti e Lambrusco (sembra il brutto verso di una brutta canzone di Sanremo). I nonni paterni, secondo antiche abitudini, non lesinavano quel mezzo bicchiere di vino ai ragazzi, e la cosa non mi dispiaceva, tanto che in giovanissima età fui colto a gettare sassi nel pozzo di casa; la breve e onesta spiegazione dell’atto fu che, una volta colmata quella riserva d’acqua, difficilmente avrebbero potuto di nuovo servirmene e quel mezzo bicchiere a pasto sarebbe diventato qualcosa di più.

Per il versante di pianura della famiglia, come non versare un bel bicchiere allegro e ricco di spuma di Lambrusco odoroso di viola; dicevano gli antepassati, con grande dirittura morale: “Può, un giovinetto, mandare giù una fetta di zampone con l’acqua, che fra l’altro non fa sangue?!”.

Eccomi dunque iniziato, quasi per volere di antica sapienza montanara e contadina, ai piaceri del vino. Che esaminerò un po’ da lontano, dalle origini: il vino da dove viene, etimologicamente parlando?

Romeni e francesi hanno vin, provenzali vins, spagnoli vino, portoghesi vinho. Ma andiamo indietro nel tempo: ecco il latino vinum, parallelo al greco òinos, dorici ed eolici fòinos, umbro osco, falisco vinu, etrusco vin. Allarghiamoci allo slavo vino, al lituano vinas, al prussiano wynam, al gotico wein, all’antico alto tedesco e allo scandinavo viin, irlandese fin, cimbrico guin. C’è già, nel sostantivo, un allegro spumeggiare.

Se però i nomi ci sono, dove le lodi alla bevanda? Ma nella voce stessa, riconducibile, secondo alcuni studiosi fra cui il Mommsen, al sanscrito Vèdico vènas, cioè amabile, delizioso, piacevole. Basta? Aggiungiamo allora che il nome Venere, dea della bellezza e dell’amore, ha la stessa radice, e potrei conchiudere qui il prestigioso cerchio. Per correttezza devo dire che altri, pensando che i semiti precedessero gli indoeuropei nella conoscenza del vino, partono dall’ebraico iin (armeno gini, è evidente) che congiungono a iun, fare effervescenza…

Un destino segnato, il mio, e confermato, più avanti negli anni, nella vocazione umanistica degli studi, che mi mandavano continuamente messaggi. “Non c’è gioia senza vino”, recita il Talmud, e “Il vino mi spinge / il vino folle, che fa cantare anche l’uomo più saggio, /lo fa ridere mollemente e lo costringe a danzare / e tira fuori la parola…” ed è Omero, nell’Odissea.

Ma anche Alceo: “Primavera fiorita/ sento che viene./ Presto, il cratere riempite di vino soave”. Quasi tralascerei il noto “In vino veritas” di Plinio il vecchio, ma ricordiamo anche che “Nunc est bibendum”, come afferma perentorio Orazio, e, in un empito di saggia pace: Quis post vina gravem militiam aut pauperium crepat”, chi dopo il vino parla delle gravose armi o di miserie?, tento di tradurre, ricordando anche il “sapias, vina liques”, che consiglia a Leuconoe invece di stare tanto a domandarsi del futuro o a consultare oroscopi.

Dirà qualcuno: “Comoda, Orazio era un allegro zuzzerellone, per forza che…”. Bene, prendiamo allora l’austero Cicerone, che sì effondeva ire civili contro Catilina (forse, anzi sicuramente astemio, dato il tipo), ma ammetteva anche di non disdegnare “concursare circum tabernas” (andar per osteria) e ordinava “aut bibeat aut abeat” (o bevi o vai a casa). Antichi pagani, qualcuno potrà osservare.

Prendiamo allora l’antico ma non pagano salmista, che proclama: “Vinum bonum laetificat cor hominis” (III,15) e, con un salto di più di mille anni, il mussulmano Omar Khayyam che, in evidente dispregio per il Profeta, scrive nella quartina 211: “M’hai infranto sul sasso il calice del vino, o Signore! La porta della delizia m’hai chiuso in faccia, o Signore! A terra hai versato il vino colore di rosa: scusami la bestemmia, ma sei tu ubriaco, o Signore?”

Chi sono io per respingere tanta saggezza?

Ma eccomi poi nello Studio di Bologna, il più antico del mondo occidentale, crogiolo di etnie e di cultura. Si viene a scoprire che gli studenti avevano il privilegio (mantenuto fino XIV° secolo) di assentarsi dalle lezioni il primo giorno di scuola d’ogni mese “pro potionibus sumendis more solito”, e se qualcuno avesse dubbi sul tipo di pozione si legga questo canto goliardico: “Ave color vini clari, ave sapor sine pari, tua nos inebriari dignemini potentia. Ergo vinum conclaudemus, potatores exultemus, non potantes confundemus in aeterna tristitia. Amen”.

Ecco perché il buon Villon, anche lui studente, scriveva, in forma di preghiera per un amico andato: “… buon bevitore superava tutti, strappargli non potevi il suo boccale; del vino buono non fu sazio mai. Signori delle vigne, non scacciate l’anima buona di Cotart che fu”. Certo, erano studenti gavazzoni, ma che dire dei maestri?

In una vecchia osteria di Bologna, fino a qualche tempo fa, campeggiava un busto di Carducci, che pare fosse di quell’osteria buon frequentatore, e sotto al busto una targa in ottone recitava: “Quando morirò seppellitemi in una vigna, cosicché possa restituire alla terra tutto quello che ho bevuto in vita”. Grande poeta in grande città. A Bologna, nel 1666, furono portate 60mila castellate (carri per vino). Una castellata era di 786 litri; sono più di 47 milioni di litri di vino.

Un anno eccezionale? Forse, ma guadiamo meglio: fra il 1633 e il 1782 ogni anno abbiamo una media di 24 milioni di litri di vino. La popolazione era attorno a 70mila persone, il che fa più di 340 litri a testa, bimbi compresi.

Sono vendemmiatore, amico di vendemmiatori, in città di vendemmiatori. E allora lasciatemi concludere con una quartina del già citato Omar Khayyam, che mi permetto, e non vi offenda la cosa, di tradurre dal persiano antico:

“Bevi vino, ché vita eterna è questa vita mortale,

E questo è tutto quel che hai della tua giovinezza;

Ed ora che c’è vino, e fiori ci sono, e amici lieti d’ebbrezza,

Sii lieto un istante ora, ché questa, questa è la Vita”.

.

da “Profumo di vino, storie di uomini, imprese e mercati” di Nicola Dante Basile, 2002, IlSole24Orelibri-Studi, pag 200.

 

  • giovanni |

    il vino fa bene e fa digerire, sopratttto d’inverno, riscalda, ci vogliono 2 dita al giorno fa sangue e ti da coraggio.

  Post Precedente