Carlo Petrini se n’è andato in silenzio, ma la sua morte, a 76 anni, ha fatto un gran rumore. Alla notizia diffusa di prima mattina venerdì 22 maggio, un coro di voci dai mille accenti s’è alzato e rimbalzato di città in città in tutto il Paese, ha travalicato montagne, frontiere e superato oceani; e pure credenze ideologiche e religiose contrastanti che Petrini, con il suo approccio antropologico al dialogo del contadino dalle famose scarpe grosse e cervello fino, riusciva a smussare, abbattendo steccati apparentemente inconciliabili. Proprio ciò che oggi non sanno fare o non intendono fare i signori della guerra, verrebbe da dire.
Se n’è andato alla vigilia della Giornata mondiale della Biodiversità, lui che della biodiversità e salvaguardia ambientale è stato pioniere, promuovendo in epoca non sospetta un’agricoltura sostenibile finalizzata a produrre per tutti cibo di qualità “buono, pulito e giusto”. Per non dire del Salone del Gusto, di Terra Madre e, ancora prima, di Slow food concepito nell’estate 1986 sulle ceneri di Arcigola come libero movimento, d’opinione e di fatto, da contrapporre alla industrializzazione in atto della filiera agroalimentare e, dunque, alla temuta banalizzazione e perdita delle tipicità del cibo italiano.
E ancora, l’Università degli Studi in Scienze Gastronomiche a Pollenzo, vanto esclusivo dell’Italia che pensa e produce, dove l’artigianalità del made in Italy agroalimentare, pur facendo anno dopo anno passi avanti, incontra tuttora forme di resistenze al proprio interno. Quel che non accade da parte di tanti stranieri che guardano all’Italia come fonte di idee e proposte innovative da apprendere e magari travasare nei propri paesi di origine. Un condensato di pratiche che si intuiscono al solo vedere le affollate presenze giunte in questi giorni a Pollenzo da luoghi molto distanti, a rendere l’ultimo saluto al defunto.
Era l’estate del 1986 quando, cronista per il Sole24ore, mi recai a Bra proprio per conoscere Petrini, già allora protagonista della scena culturale gastronomica con Arcigola, e avere uno scambio diretto di opinioni sulle questioni che in quel momento vedevano l’Italia, e il Piemonte in particolare, messi a ferro e fuoco dallo scandalo del vino al metanolo. Esattamente 40 anni fa.
Mi ricevette nella sede del neonato movimento in Via della Mendicità Istruita – nome evocativo dell’Opera caritatevole e assistenziale ai poveri svolta nella Torino monarchica del ‘700 -, un antico casale in pieno centro città, trasformato in luogo di incontri e dibattiti per lo più tra giovani alternativi al potere democristiano dell’epoca. Come peraltro si capirà con la pubblicazione, a dicembre dell’86, dell’inserto enogastronomico “Gambero Rosso” di Stefano Bonilli per “Il Manifesto”.
Di quell’incontro e diversi altri che ne sono seguiti nel corso degli anni serbo un grande rispetto per le iniziative realizzate un Petrini dal carattere apparentemente accomodante eppure fortemente decisivo, colto, saggio e straordinariamente visionario, una persona che amava la vita e, sono certo, con ancora tante idee e sogni da mettere a fuoco. Ai suoi eredi d’opera l’onere di realizzarli.
A sua memoria e mio diletto ricordo, qui di seguito riporto l’intervista a Carlo Petrini fatta in occasione del lancio delle “Officine del gusto” da parte dell’Università degli Studi in Scienze Gastronomiche di Pollenzo, pubblicata in prima pagina dell’inserto “Speciale Mangiar & Bere” de Il Sole-24Ore del 9 giugno 2009.
2009-6-09 NDB Mangiar&bere ilsole24ore
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INTERVISTA a Carlo Petrini di Nicola Dante Basile
«Officine del gusto, per i giovani è un lavoro sicuro»
Dal movimento eco-gastronomico di Slow Food, sintesi di trent’anni di battaglie in difesa della tavola di qualità e della biodiversità agroalimentare, alla «globalizzazione positiva» di Terra Madre, quale «rapporto armonico tra produzione, cultura, ambiente e territorio». Passando per il Salone del Gusto, con la sua Arca dei prodotti a rischio estinzione da valorizzare con i Presìdi; quindi, all’impegno per l’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo ormai al quarto anno di corso con 400 studenti italiani ed esteri. Per finire, e siamo a oggi, alle Officine di Pollenzo.
Se c’è una cosa che manca a Carlo Petrini, Carlin per gli amici di mezzo mondo, 60anni, fondatore e animatore del movimento no profit che ha sede nella cittadina piemontese di Bra, è il tempo. Ma le iniziative che continua a sfornare dal quartiere generale di via della Mendicità Istruita, indirizzo evocativo di una condizione sociale e culturale allo stesso tempo, non lo danno a vedere.
Presidente Petrini, che cosa sono le Officine di Pollenzo?
L’idea parte dall’esperienza acquisita in questi quattro anni di Università. Attenzione, non si tratta di workshop, ma di vere imprese calate nella realtà della filiera agroalimentare. Fino a qualche tempo fa nei paesi era comune la presenza del casaro, del salumiere, del panettiere, del torrefattore di caffè. Oggi questi mestieri stanno scomparendo, esattamente come accade per le produzioni tipiche del territorio. I giovani sono distratti da altri interessi, e intanto la società tutta rischia di perdere patrimoni artigianali di grandissimo valore storico, umano, economico.
L’obiettivo è fermare questa emorragia. Ma in che modo ritenete di riavvicinare le nuove generazioni ai lavori manuali?
Non sono d’accordo con quanti sostengono che i giovani rifiutano di impegnarsi e fare sacrifici. Il problema è che mancano le occasioni di apprendimento, e questo finisce per accentuare la perdita di esperienze professionali che i giovani di un tempo avevano andando a bottega. Oggi da chi vai? Ecco che l’Università di Pollenzo interviene istituendo dal prossimo anno accademico dei corsi mirati alla riscoperta di questi mestieri.
Una sorta di scuole di “avviamento all’arte e ai mestieri” di una volta. Pensate che funzionerà?
Se funzionerà lo vedremo fra un anno. Noi pensiamo di sì, visto l’interesse che l’iniziativa sta suscitando: abbiamo già tante adesioni da parte di studenti e anche di aziende che intendono collaborare con l’Università. E, a conferma dell’originalità della proposta, basti dire che gli iscritti ai corsi, oltre alla teoria, faranno pratica attiva all’interno di aziende. Inoltre, percepiranno un salario che permetterà loro di pagarsi gli studi.
È pensabile che le imprese che hanno aderito all’iniziativa siano solo aziende artigianali. Se è così, vuole dire che in Slow Food non c’è spazio per l’industria?
E chi lo dice? Io so invece che il Paese non può e non deve permettersi di vedere morire gli artigiani. Quanto alle industrie, faccio notare che Slow Food ha sempre avuto un ottimo rapporto con gli imprenditori intelligenti: sono tanti i nostri alleati e altri ne continuiamo a cercare.
Presidente, l’eco del suo movimento è globale, mondiale. Un grande regista del calibro di Ermanno Olmi ha voluto dedicargli un film. Ma lei da grande dove vuole arrivare?
Da nessuna parte. Ciò che ho fatto l’ho fatto con passione, partecipazione e tanto piacere. Sono molto soddisfatto di SlowFood, e Terra Madre conta ormai su una solida rete presente in tutto il mondo: sono convinto che anche senza di me continueranno a crescere.
Come sarebbe a dire senz…
Petrini intuisce e stoppa a metà la domanda e, senza schermirsi e con la serenità che gli è propria, risponde che «sì, perché non dirlo? Personalmente mi
sento al capolinea».
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