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Eolie, la “guerra del cappero” nella terra “Patrimonio dell’Umanità” – Malvasia delle Lipari, esempio virtuoso

capperi-pianta-e-fioriIl tiolo in sé potrebbe dare adito a facili ironie. In realtà quanto sta accadendo tra i produttori di capperi dell’arcipelago delle Isole Eolie, va ben oltre i vili interessi di quanti reclamano l’esclusivo diritto al riconoscimento della denominazione Ue “Cappero Igp di Salina”, ovvero “Cappero Dop delle Isole Eolie”.
Due scuole di pensiero contrapposte che, fosse per motivi economici, avrebbe un qualche senso in una comunità di 16mila abitanti distribuiti su sette incantevoli scogli (Alicudi, Filicudi, Lipari, Panarea, Salina, Stromboli, Vulcano) e qualche altra roccia nel mare blu del Tirreno.
Ma visto che a occhio e croce si tratta di 300 quintali di capperi per un valore approssimativo di 250mila euro, chiunque capirebbe la pusillanimità di una dichiarazione di guerra. E invece è proprio quello che si sta verificando in questo contesto geografico e territoriale di struggente bellezza, degno di fregiarsi del titolo Unesco di “Patrimonio dell’Umanità”, in quanto “patrimonio culturale e riserva della biosfera”.
Una motivazione che, a noi comuni mortali, suggerisce di un “luogo comprendente suolo, sottosuolo, atmosfera, acque marine e fluviali che, nell’insieme, ha condizioni ambientali tali da favorire lo sviluppo della vita”. Riconoscimento che pochi altri siti Unesco nel mondo hanno e che, nella fattispecie, esalta l’unicità delle Isole Eolie. Ripeto: unicità delle Isole Eolie.
Il contenzioso
eolie-salina-vista-da-lipariI fatti raccontano di un annoso braccio di ferro tra produttori di capperi dell’arcipelago, sulla opportunità o meno di arrivare ad avere una denominazione a protezione dei propri prodotti.
Due le parti in causa: buona parte dei produttori di Salina, favorevoli all’Indicazione geografica (Igp) “Capperi di Salina” e, sull’altro fronte, tutti gli altri capitanati dal Consorzio produttori di Lipari che spingono per la Denominazione di origine protetta “Cappero Dop delle Isole Eolie”.
Il confronto a distanza resta sottotraccia fino a due settimane fa, quando a Roma approda per prima la bozza del disciplinare Dop dei produttori di Lipari. Mentre a Salina, per quanto i lavori siano partiti prima, si continua a discutere sul da farsi. Con alcuni importanti produttori salinari che, nel frattempo, hanno dato la propria adesione al disciplinare dei Liparioti.
Apriti cielo. Il sindaco di Salina Domenico Arabia, vista la male parata, insorge. E insieme ai colleghi degli altri due comuni presenti sull’isola – Clara Rametta di Malfa e Riccardo Gullo di Leni mandano un esposto al ministero delle Politiche agricole, affinché venga bloccata la proposta dei produttori ‘concorrenti’.
Nel ricorso, i sindaci salinari fanno presente che da loro sono due anni che si discute di un disciplinare Igp (nella classificazione Ue è meno restrittiva della Dop, ndr), che sono 15 anni che il cappero di Salina è presidio Slow Food. Pertanto se Dop dev’essere, questa deve premiare il Cappero di Salina: unico modo per evitare che produttori disonesti acquistino “capperi di altra provenienza per spacciarli come fossero prodotti a Salina”.
Da qui l’ultimatum alle autorità regionali e nazionali: “Se passa la denominazione “Cappero Dop delle Isole Eolie”, Salina dev’essere esclusa dal rispetto di tale disciplinare”.
Un attacco troppo pesante per il sindaco di Lipari, Marco Giorgianni, schierato a difesa dei produttori consorziati delle sei isole, e che rammenta come sia proprio la Dop Isole Eolie lo strumento più efficace per dirimere problemi e comportamenti disonesti.
Interpellato da “TerraNostra”, Giorgianni dice: “Ma è una follia ciò che leggo e sento dire dai colleghi di Salina. Intanto, è incredibile che l’amministrazione di un comune si intrometta pesantemente in una questione che è di esclusiva pertinenza dei produttori. E poi, come si fa a dire che la Dop presta il fianco a commerci fraudolenti? Quando tutti sanno che è il sistema migliore per fare controlli a qualsiasi livello, a tutela delle produzioni di eccellenza. E il Cappero delle Eolie è certo tra questi”.
E ancora: “La storia di un prodotto è legata al suo territorio – prosegue Giorgianni -. Basti pensare a quanto accade, per esempio, al Prosciutto di Parma prodotto in un comprensorio che va oltre la provincia di Parma. Oppure al Parmigiano reggiano: se le due città emiliane avessero optato per due diverse denominazione, non so se avrebbero avuto lo stesso successo di cui oggi gode questo formaggio apprezzato in tutto il mondo”.
Alla stessa stregua il cappero delle Isole Eolie. “Se gli amici di Salina vogliono tutelare i loro capperi – conclude Giorgianni -, la scelta migliore che possano fare non è dichiarare guerra, ma aderire al disciplinare che esprime l’unicità delle Isole Eolie. Anche perché se i produttori di Salina ritengono di essere più bravi degli altri, nessuno impedisce loro di utilizzare la leva del marketing, riportando in etichetta il nome del Comune dove quei capperi sono stati prodotti”.
L’imprenditore e l’esempio vincente della Malvasia
eolie-vulcano-vista-da-lipariAppunto di riconoscibilità e unicità dei prodotti delle terre vulcaniche eoliane parla Antonio Caravaglio, imprenditore agricolo di Salina che, con non poco coraggio, ha ufficialmente appoggiato la scelta del disciplinare “Cappero Dop delle Isole Eolie”.
Tra i principali produttori di capperi, nonché di Malvasia delle Lipari della cui denominazione è stato tra i proponenti e artefice del relativo successo, Caravaglio sa bene che l’agricoltura di tutto l’arcipelago “è per natura definita eroica”, considerate le grandi e gravi difficoltà logistiche che bisogna affrontare in un contesto morfologicamente difficile. Se non addirittura proibitive.
“I nostri padri – rammenta l’imprenditore salinaro – sono stati capaci di fare terrazzamenti che hanno reso coltivabili queste terre, strappandole metro per metro alla montagna. Oggi purtroppo l’economia agricola è molto al di sotto delle sue potenzialità. Però esiste un patrimonio comune alle sette isole che può diventare volano per le microeconomie locali. Mi riferisco all’integrazione tra prodotti agricoli tipici del nostro territorio e il turismo che possono dare un importante contributo al recupero delle terre abbandonate”.
Oggi però, chiedo a Caravaglio, nelle Eolie, come a Capri o a Venezia, prevale un turismo ‘mordi e fuggi’ che non è il meglio che si possa desiderare. Quale potrebbe essere la soluzione vincente?
“Rispondo con un esempio. Da un po’ di anni a questa parte, grazie alla Malvasia delle Lipari, stiamo assistendo al rilancio della viticoltura eoliana. Tutto è cominciato con il riconoscimento della Docg Lipari a quella che prima era la Malvasia prodotta soprattutto a Salina e Stromboli. Questo esempio dimostra come l’essere uniti ha permesso di dare valore comune a tutta la produzione viticola dell’arcipelago. Per questo sono convinto che noi eoliani dobbiamo restare uniti, e ripetere un modello operativo che conosciamo già anche per rilanciare e tutelare i capperi delle nostre isole, del nostro arcipelago”.